Sant’Arcangelo Trimonte

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Borgo medievale di Montemalo

Conosciuto fino al 1861 col toponimo di Montemalo, nome derivante dalla lingua osco-sannitica che individuava con molta probabilità un luogo protetto (monte) adatto al ricovero delle greggi (maloe), era abitato già in età pre-romana da genti dedite all’allevamento degli ovini, che presumibilmente si era stanziata nelle grotte naturali ancora presenti nel sito dove sorgerà il castello del paese. L’incastellamento fu realizzato, a giudicare dai pochi resti, dai longobardi ed è ricordato nelle cronache medioevali proprio per la vasta estensione delle sue segrete. Verso il 1500, molte aree interne del regno di Napoli che erano rimaste spopolate in seguito al disastroso evento sismico del 1456, furono ripopolate da popolazioni “Schiavone” che scappavano dall’invasione turca e conseguente islamizzazione della penisola balcanica. Con questo nome si designavano indistintamente etnie Serbo- Croate, Albanesi, Bulgare, Gitane (ungheresi), Montenegrine. Montemalo fu ripopolato da Schiavoni, come ci dice lo storico Tommaso Vitale, e questi riedificarono il paese, costruirono la nuova Chiesa fuori dalla “terra” e la intitolarono a Santa Maria; costruirono i borghi rurali caratteristici della campagna montemalese, ed in uno di essi costruirono un’altra Chiesa dedicata ai Santi Arcangeli, e quella Chiesa, di cui nulla rimane, ha dato il nome, prima alla contrada omonima e poi al paese. Di quelle genti ora non ne esiste più traccia, anche se nel dialetto locale traspare qualche termine slavo. Feudo rustico, appartenne sempre a famiglie nobiliari infeudate di altri feudi ed amministrato come un’azienda agricola. Solo con Carlo III di Borbone la famiglia Moccia venne infeudata del titolo di marchesi di Montemalo. I Moccia persero la proprietà del feudo, non il titolo, in seguito al ricorso presentato da Ippolita Spinelli alla gran corte feudale che ne chiedeva l’invalidazione a causa di una irregolarità formale; all’assegnazione del feudo non era seguito il “giuramento di ligio assenso”, per tale motivo la corte ritenne di accogliere il ricorso.

Nel 1978 è passato dalla Provincia di Avellino a quella di Benevento.

 

Complesso Castello ed il centro antico

Il castello fu costruito a guardia delle basse valli dei fiumi Ufita e Miscano nella loro confluenza col fiume Calore, naturali vie d’accesso dalle Puglie alle fertili valli telesina e caudina verso il napoletano. Esso “avvolge” una collinetta tufacea e fu presumibilmente edificato dai longobardi; esso fi sicuramente modificato in periodo normanno quando è presumibile abbia assunto un aspetto imponente, a giudicare dalle dimensioni di base dell’unica torre rimasta. Il castello è ricordato più volte nelle cronache di varie epoche per l’estensione delle sue secrete. Dell’edificio originario si conservano la torre di nord-est, la scalinata di accesso, una cisterna dell’acqua, parti di mura sia sul lato ovest che sul lato est, altri elementi sono stati “inglobati” nelle numerose abitazioni private sorte sul suo sito in seguito alla vendita operata dall’ultimo feudatario – proprietario, il duca Coscia di Paduli. Il leone posto a guardia della scalinata di accesso è il superstite della coppia che era stata posta originariamente a guardia dell’accesso al castello, di fattura romana imperiale. Il leone ancora presente è quello che originariamente si trovava sul lato sinistro della scala, ora è stato posto a destra per ricavare l’angolo da dedicare alla Statua bronzea di San Pio da Pietrelcina. Il centro antico si snoda sulla cresta della collina tufacea, dai piedi del castello in direzione della valle del fiume Miscano. Le sue costruzioni costituiscono la continuazione di un sistema di grotte, sicuramente preesistenti, ricavate sui fianchi della collina, nel banco di arenaria.

Chiesa Santa Maria Maggiore

La chiesa edificata “fuori dalla terra” dalla neo comunità montemalese- schiavona verso il 1500, prima intitolata a “Santa Maria” poi in seguito a Santa Maria Maggiore. La struttura, semplice a unica navata con l’altare maggiore a nord, ed una imponente torre campanaria sul lato est dell’edificio, vi si accedeva mediante una scalinata che dava direttamente sul sagrato della chiesa. All’inizio del Novecento con fondi donati dai “Montemalesi” in America venne edificata la “navata di San Rocco” sul lato ovest dell’edificio. In seguito al sisma del 1962, l’originario edificio riportò seri danni che ne compromisero la struttura richiedendo l’abbattimento. Il nuovo edificio è sorto sullo stesso

Via Traiana – area attrezzata

Fontane**

Nell’area sono presenti tre fontane interessanti per la presenza accertata di popolazioni acquatiche varie e numerose: Fontana Futa lungo la strada provinciale che collega la SS90bis al centro abitato, sotto un cavalcavia. Fontana Casavecchia la più vicina al PIP e Fontana Bosco papera, verso Ponte Latrone.

Fontana Futa: è un abbeveratoio posto sotto il livello stradale, in parte in ombra, offre la visione di una ricca varietà di fauna acquatica: oltre ai Tritoni crestati ed italici, si possono vedere rane, insetti come ditischi, larve di libellulle, gerridi, notonette; saltuariamente c’è una biscia e intorno (specialmente di notte) qualche rospo.

Fontana Casavecchia: questa Fontana è costituita da un abbeveratoio in cui l’acqua corre forse troppo velocemente per i tritoni che preferiscono acque ferme o molto lente.

Fontana Bosco Papera: Questa fontana e composta da due vasche: quella a monte e piena di una fitta vegetazione composta di alghe con una forte emissione di anidride solforosa; la popolazione dei tritoni è costituita in massima parte dai più piccoli Triturus italicus, solo un esemplare di T. crestato. Nella vasca a valle il fondo e molto più basso, a livello della strada, quindi vi è poca acqua e solo qualche rana.

**tratto da dott. Anton Bruno Schmidt

6_Via Traiana*

Superato il sito di Forum Novum, la via Francigena si dirige in direzione N.E., attraverso un sentiero rurale che coincide quasi esattamente con l’antico percorso della Via Traiana. In questo tratto già Ashby e Gardner, ad inizio del secolo scorso, rinvennero lastre divelte di selciato ed ancora oggi, al di sotto del manto brecciato, sono visibili tracce dell’antico piano stradale. Dopo un tratto con piccole salite e discese, ad una quota media di circa 500 m s.l.m., la strada scende decisamente verso i ruderi di un altro ponte della Traiana, ponte Latrone.

Ponte Latrone*

I ruderi del ponte, che oggi appaiono in parte interrati, sono costituiti da 3 piloni in opera cementizia, privi dell’originario paramento in mattoni, che caratterizzava i ponti della Via Traiana. Esso fu realizzato per superare il torrente della Ferrara. La caratteristica saliente di questo ponte è la conformazione ad angolo, nel senso che la Via Traiana subiva un cambio di direzione in sommità del ponte stesso, ciò in virtù della particolare posizione in cui si trovava, rispetto alla strada ed al torrente che doveva superare. Il tracciato della strada imboccava il ponte compiendo una curca quasi a 90° e percorrendo una rampa di circa 50 m di lunghezza. Quindi, in sommità del ponte la direzione tornava a variare per riprendere in direzione NO. Si è ipotizzato che il ponte Latrone avesse uno sviluppo lineare di circa 90 m con tre arcate principali, ed un quarto arco molto più piccolo di passaggio dalla rampa (causeway) al pilone pentagonale.

*tratto da prof. Francisco Scocca