Categoria: Punti di Interesse

Ariano Irpino

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Aequum Tuticum***

Aequum Tuticum fu un vicus romano ubicato sul pianoro di Sant’Eleuterio, nel settore settentrionale del territorio comunale di Ariano Irpino; situato a un’altitudine di 575 m s.l.m., l’antico centro abitato sorgeva in posizione rilevata rispetto alla circostante valle del Miscano. l borgo sorse in una fase iniziale della dominazione romana quando era ancora diffuso il bilinguismo (o comunque la diglossia), come attestato dallo stesso toponimo in parte latino (aequum, ossia “pianura”, “campo aperto”) e in parte osco (tuticum, ovvero “pubblico”, “appartenente al popolo”, dalla stessa radice di touto); una tale denominazione sembrerebbe peraltro sottintendere che lo stesso sito, talvolta identificato con la leggendaria Touxion, avesse avuto notevole rilevanza sociopolitica per le popolazioni sannitiche. I pochi affioramenti di epoca preromana (rinvenuti esclusivamente lungo il margine settentrionale dell’area) non sembrano comunque riferibili a un luogo abitato, mentre non è da escludere l’eventuale presenza di un santuario. Ad ogni modo il vicus prese a svilupparsi in stretta correlazione ad alcune antiche strade consolari romane: la via Aemilia (avente una direttrice sud-nord), la via Minucia (con direttrice ovest-est, o sudovest-nordest) e probabilmente anche una “terza via” (di cui si ignora il nome) orientata in senso nordovest-sudest. La via Aemilia è ben indicata da due cippi miliari del II secolo a.C. (rinvenuti nelle non lontane località Manna-Torre Amando e Camporeale-Santa Lucia) riportanti l’iscrizione Marcus Æmilius Lepidus; la via Minucia è attestata espressamente da autori classici del I secolo a.C. e doveva essere pressoché parallela alla via Appia, rispetto alla quale si presentava più disagevole ma anche più diretta (non si esclude che la via Minucia percorresse l’angusta valle del Cervaro, o più probabilmente la vallata del Sannoro, un affluente di sinistra del Cervaro). In quanto alla probabile “terza via”, essa doveva provenire dal Sannio pentro , benché di essa si ignori, oltre al nome, anche la fase storica in cui fu costruita. In particolare, la fondazione del vicus potrebbe ricollegarsi alle vaste assegnazioni graccane e ai connessi programmi di insediamento rurale conseguenti alla promulgazione della Lex agraria (133 a.C.), benché gli strati archeologici riferibili al II-I secolo a.C. siano comunque molto scarsi. Ad ogni modo Aequum Tuticum è citato per la prima volta (sia pur nella forma atipica Equus Tuticus) da Cicerone che, in una lettera indirizzata all’amico Attico del 50 a.C., lo descrisse come una stazione intermedia nel tragitto verso l’Apulia, segno che già nel I secolo a.C. il vicus doveva rappresentare un crocevia piuttosto rilevante. In epoca adrianea, quando era possesso della gens Seppia di Beneventum, Aequum Tuticum costituì poi uno snodo stradale di primaria importanza, definito cardo viarum da Theodor Mommsen, in quanto il vicus divenne anche il punto d’incrocio fra la via Traiana (parzialmente sovrappostasi alla primitiva via Minucia) e la via Herculea; quest’ultima, percorrente l’Appennino in senso longitudinale, doveva invece ricalcare almeno in parte il tracciato della già citata “terza via”. Nelle immediate vicinanze del sito sono state individuate due aree sepolcrali oltre a un tratto della via Traiana. La fotografia aerea ha permesso inoltre di individuare il tracciato della via Herculea in uscita da Aequum Tuticum con direzione sud-est, mentre i cippi miliari della stessa strada (reperiti in prossimità delle masserie Intonti di Ariano e San Cesareo di Zungoli) hanno consentito di verificare l’avvenuta completa latinizzazione del toponimo, che nel tardo impero era ormai denominato Aequum Magnum o anche semplicemente Aequum. Gli scavi, compiuti fra il 1990 e il 2000, hanno riportato in superficie strutture murarie e testimonianze di epoca romana come ceramiche, iscrizioni, steli funerarie e monete. Il complesso più antico risulta essere una struttura termale risalente al I secolo. Il vano centrale, il frigidarium, presenta un mosaico in tessere bianche e nere. Vi si aggiungono poi una serie di ambienti disposti a schiera del II secolo (probabilmente locali adibiti a magazzino o a bottega). L’insediamento subì i danni di un terremoto intorno alla metà del IV secolo ma, subito dopo, una villa dotata di un ambiente decorato da un vasto mosaico policromo venne costruita al di sopra degli antichi ruderi. Il sito, citato nell’Itinerario antonino e nella Tavola peutingeriana, fu poi abbandonato entro il VI secolo, presumibilmente in concomitanza con le invasioni barbariche. Esistono tuttavia tracce di una sua rioccupazione in epoca medioevale (dal XII secolo), quando le antiche strutture romane furono inglobate in quelle di un nuovo nucleo abitato denominato Sant’Eleuterio (da non confondersi con la moderna Contrada Sant’Eleuterio ubicata nei pressi), poi a sua volta decaduto. Tale toponimo, attestato a partire dal 988 e di chiara origine greco-bizantina, potrebbe essersi diffuso alla fine del IX secolo allorquando le truppe di Bisanzio, provenienti dalla Puglia, occuparono per diversi anni il principato di Benevento. Una collezione di reperti provenienti da Aequum Tuticum è custodita nel museo archeologico di Ariano Irpino mentre diverse decine di iscrizioni ed elementi architettonici sono raccolti in un lapidario all’interno della villa comunale di Ariano.

Starza e la preistoria*****

Nell’insediamento che occupava, in territorio di Ariano, nella località Starza, una posizione strategica su uno sperone gessoso dominante la confluenza tra il Miscano e il Miscanello, non ci sono state sostanziali soluzioni di continuità tra la fase più antica del neolitico, che va datata nel VI millennio a.C. e la media età del bronzo, quando, tra il XV e il XIII secolo a.C., tale abitato sembra aver avuto il massimo sviluppo, e non mancano indizi di frequentazione di periodi successivi, dall’età arcaica all’età romana. Il neolitico antico, nel suo aspetto culturale attestato in Puglia al Guadone presso San Severo e nel Melfese a Rendina, caratterizzato da ceramica d’impasto con impressioni ad unghia e con la stecca, e conosciuto inoltre da insediamenti nella località S.Maria dei Bossi sotto Casalbore, in un sito dominante il Miscano, circa 4 km dalla Starza, dove sono venuti alla luce anche strumenti in ossidiana e un vetro vulcanico proveniente da Lipari nelle isole Eolie e, in parte, forse, da Palmarola presso Ponza, accanto a manufatti di selce sia locale, sia importata dal Gargano. Testimonianza di scambi con terre ancora più lontane sono invece due asce rinvenute a Pesco la Torre a Nord di Casalbore e sui crinale presso Castelfranco, in una pietra verde proveniente dalle Alpi Occidentali, di tipo diffuso in fasi successive del neolitico, non prima del IV millennio a.C. Mentre è ancora isolato un affioramento di ceramiche del periodo eneolitico a valle dell’abitato di Casalbore, pertinente alla cultura di Laterza, caratterizzata da boccali con anse a bottoni e vasi con superficie a squame e diffusa nella seconda meta del III millennio a.C. soprattutto sul versante adriatico, ma ormai attestata anche nella valle dell’Ufita a Castelbaronia, nell’età del bronzo si hanno indizi di insediamento più diffuso. La fase più antica di tale periodo, e per cui possiamo supporre più estesi disboscamenti in funzione soprattutto dell’allevamento, che ha avuto anche dopo notevole importanza per I’economia della zona, direttamente interessata dalla transumanza, è conosciuta finora solo nella vicina valle del Cervaro, a Monte Castello di Savignano, ma oltre a tale località, dominante l’accesso al valico del Nuzzo sul versante pugliese, e alla Starza di Ariano sul lato opposto, hanno dato luogo a rinvenimenti di materiali del “bronzo medio” tra l’altro in territorio di Montecalvo la zona di Tre Monti, in quello di Casalbore in località S.Maria dei Bossi e, presso l’attuale centro abitato Macchia Porcara, e in territorio di Buonalbergo in località Starza. Non a caso gli insediamenti di questa fase, in cui si è attestata in quasi tutta l’Italia peninsulare una cultura unitaria cui si è dato il nome di “appenninica”, e che è caratterizzata nella sua fase, più recente, tra il XIV e XIII secolo, da una ceramica a decorazione incisa con motivi meandrospiralici e materia bianca, gessosa, nei solchi e nelle excisioni, sono sul tracciato dei successivi tratturi e in parte in luoghi di abbeveraggio. D’altra parte si può dire che in tale periodo di intensi scambi con il mondo greco miceneo, nel quale già si conosce la scrittura, l’Italia è entrata nella storia, anche se la fase successiva è stata un “periodo oscuro”, in cui tutto il Mediterraneo centro-orientale e l’Asia anteriore sono stati sconvolti da movimenti di popolazioni venutisi a creare nell’area danubiana. Probabilmente, quindi, non è del tutto casuale il fatto che non conosciamo ancora nulla dell’età del bronzo finale e dell’inizio dell’età del ferro nell’area che qui ci interessa, e che i ritrovamenti, purtroppo ancora dovuti al caso, di bronzi, dei primi decenni dell’VIII secolo a.C. tra cui fibule a carrettino da Casalbore, S. Marco dei Cavoti, S. Barbato presso Benevento, possano riferirsi ad un momento in cui la situazione doveva già essersi in  qualche modo stabilizzata. E’ interessante, comunque, notare che tali oggetti sono stati importati evidentemente dalla Campania, dove proprio in quel periodo si è avuto un notevole sviluppo della produzione metallurgica, non a caso in un momento in cui sono ripresi i contatti con il mondo greco e non sono mancati i navigatori fenici.

*****tratto da prof. Claude Albore Livadie

La Presenza umana**

Nel 1744 il geografo francese D’Anville con certezza matematica localizzava nei pressi del comune di Castelfranco in Miscano il sito dove sorgeva uno dei più importanti centri sannitici: la citta di Aequo Tutico. Tommaso Vitale mezzo secolo più tardi, confortato dalla copiosa mole di reperti archeologici venuti alla luce, consacrava in S. Eleuterio quella che fu l’Equotutico del Sannio antico, “Cardo viarum” delle vie dell’Italia meridionale. L’antico Sannio, pur non avendo confini geografici ben precisi ed una sua unità amministrativa, comprendeva, oltre alla parte interna e montuosa fra il Lazio, la Campania, la Lucania e la Puglia, i paesi dei Frentani e dei Peligni con le alte valli dei fiumi Sangro, Voltumo, Biferno (Tifemus) e del Trigno. A seguito della divisione augustea, da cui furono esclusi i territori degli Irpini e dei Caudini, il Sannio comprese i territori dei Sabini, degli Equi, dei Vestini, dei Marucini, dei Frentani, dei Peligni e dei Marsi. Le citta più importanti dei Sanniti erano: Aufidena (Alfedena), Bovianum Vetus, (Pietrabbondante), Bovianum Novum (Boiano), Tereventum (Trivento), Aesernia (Isernia), Venafrum (Venafro), Allifae, Caudium, Saticula (S.Agata dei Goti), Telesia, Trebula, Caiatia, Abbellinum (Avellino) e Akudumnia (Lacedonia). Con la sconfitta della famosa Lega Sannitica, gli Irpini furono separati dai Sanniti dislocati più a Nord, mediante la colonia di Benevento e di Isernia che assicurò il possesso del Sannio ai Romani (268 a.C.), formando cosi, territorialmente, una distinta unita etnica. Nel 209 a.C. gli Irpini furono sottomessi al dominio di Roma. Ribelli contro Roma durante la guerra sociale, furono definitivamente sconfitti nell’83 a.C. e compresi secondo il citato ordinamento di Augusto, nella Seconda Regione. Geograficamente, il cuore dell’Irpinia antica risulta costituito dalle valli dei fiumi Sabato, Calore e dell’alto Ofanto, con a Nord il massiccio del Monte Taburno ed il corso dei fiumi Calore e Miscano, a Sud la catena montuosa che va da Montoro al valico di Conza. La Valle del Miscano “Valle Miscana un tempo Valle di Tesso”, con la Valle dell’Ufita e l’alta Valle del Cervaro, l’antico Cerbalus, risultano, grazie alla loro particolare ricchezza idrica ed alla posizione geografica di incrocio delle vie naturali di transito tra la conca beneventana ed il Tavoliere Pugliese, già frequentate in epoca preistorica. Fu proprio lungo tali percorsi che gruppi di popolazioni nomadi si stanziarono, dando vita a nuovi organismi, dediti inizialmente alla caccia e successivamente all’allevamento ed alla produzione cerealicola.

Tra i siti preistorici di maggiore interesse, quello della Starza di Ariano, villaggio capannicolo ubicato alla confluenza del fiume Miscano con il canale Cupido ed il Vallone della Starza, chiamato anche Fiume del Gesso, si sviluppava in origine, lungo il pendio di una gessosa collina, sita vicinissima al Regio Tratturo Pescasseroli-Candela. Il sito della Starza ha rivelato la presenza di una delle prime comunità neolitiche (VI millennio a.C.) sopravvissuta fino alle successive età del bronzo e del ferro. Il suo sviluppo fu determinato certamente dalla sua posizione chiave di incrocio delle vie di collegamento e di traffico. La Valle del Miscano con le Valli dell’Ufita e del Cervaro rappresentano geograficamente il più settentrionale dei passaggi lungo il quale erano impostate le vie di collegamento che solcavano questa parte di territorio della Campania interna in sen so longitudinale e trasversale. Importanti e significative sono le testimonianze archeologiche del periodo sannitico individuate nei centri di Casalbore, Castel Baronia e Carife. I ritrovamenti provengono sia da necropoli che da aree di abitato. Tra i santuari di particolare importanza è quello sito nella valle d’Ansanto, dedicato alla dea Mephite. Il Tratturo Regio Pescasseroli-Candela o “Via Della Lana”, destinato alle trasmigrazioni vernotiche e stanotiche degli armenti, dopo aver attraversato le regioni di Abruzzo e Molise, si inoltra nel territorio della Campania interna interessando le province di Benevento e di Avellino. Dopo il comune di Morcone, il Regio Tratturo scende verso il fiume Tammaro, costeggia la riva Nord nel territorio di S. Giorgio la Molara e risale verso Nord per Buonalbergo, e di là, attraverso Casalbore solca buona parte della Valle del Miscano. Dopo il sito di Camporeale di Ariano, il Regio Tratturo, attraversa i comuni di Villanova del Battista e Zungoli, portandosi sul Tavoliere pugliese con Candela. La presenza di importanti ed antiche Dogane site tra Buonalbergo (Monte Chiodo e Tavernola), Casalbore (Borgo Antico oggi Piazza C. Battisti) e Greci (Tre Fontane), denota l’importanza storica di questa area interna, incrocio naturale delle vie di comunicazione e di traffico. Lungo il Regio Tratturo si riscontrano due posti doganali intermedi, vicinissimi l’uno all’altro. La Dogana sita presso la Taverna di Monte Chiodo nel tenimento di Buonalbergo e l’altra in Casalbore. Una terza sede doganale era sita sempre nel tenimento di Buonalbergo, ma a Sud, alla confluenza del torrente S. Spirito con il fiume Miscano.

Questa sede doganale dominava su un Tratturo molto importante proveniente dal beneventano (Valle del Calore), che costeggiando il fiume Miscano, risaliva verso Casalbore dove, incrociando e percorrendo un breve tratto della Via Traiana, SI immetteva sul Regio Tratturo Pescasseroli Candela nei pressi del Riposo di S. Spirito. In età romana alcuni di questi antichi Tratturi furono ricalcati da nuovi tracciati viari come l’Appia, la Via Eclanensis, la Via Erculea, e la Via Minucia, ricalcata, più tardi, per alcuni tratti, dalla Via Traiana. Dopo la caduta dell’Impero Romano quest’area, come tutta l’Italia, diviene teatro di incontro e di scontro di nuovi popoli. Goti, Bizantini, Longobardi e Saraceni: il territorio subisce un nuovo assetto, scaturito da diverse esigenze organizzative. La nuova realtà politica e religiosa determina, in molti casi, la fine di molti antichi insediamenti e la nascita di nuovi, dislocati, più delle volte, in aree completamente diverse dalle precedenti. Lungo gli antichi tracciati vi passarono sostandovi i primi missionari provenienti dalla Palestina e dalla Grecia. Con la diffusione del messaggio evangelico fiorirono le prime comunità cristiane ed i primi martiri cristiani. Nel VII sec. dopo la nascita del ducato di Benevento e della contea di Ariano, che furono con Trevico e Frigento anche sedi vescovili, Monte S. Angelo diventa Santuario del popolo longobardo. Durante la dominazione normanna e poi quella sveva, il Gargano e la Terra Santa diventano tappe obbligate di importanti pellegrini: Papi, Sovrani, Principi e Santi, come S. Francesco d’Assisi ed altri lasciano chiara testimonianza del loro passaggio sia lungo le strade che nei Santuari. Nascono e si organizzano nuovi luoghi di culto, ricoveri, ospedali, conventi, monasteri, ecc. intorno ai quali ruota una frenetica attività religiosa che sfocia nel misticismo ascetico e nella spiritualità più pura. Con il consolidamento del regno Normanno e Svevo, il meridione d’Italia, si arricchisce di nuovi e imponenti edifici, castelli, torri, chiese e cattedrali. La Valle del Miscano, già di dominio longobardo, bizantino e saraceno, con i Normanni e gli Svevi, subisce un nuovo assetto territoriale, con la nascita della Contea di Buonalbergo (XI secolo) che comprendeva un vasto territorio da Ariano a Morcone. Nel 1266, con la morte di Manfredi, finisce il dominio Svevo. Con il trionfo Angioino si realizza una nuova strada che da Napoli capitale porta in Puglia, passando per Ariano. La strada Regia per le Puglie costruita ad uso e collegamento delle sette province del Regno (Capitanata, Terra di Bari, Terra di Otranto, di Lecce, Matera, Calabria e Abbruzzi) fu tracciata intorno al 1270 e completata solo nel 1585. Altri lavori seguirono nel 1700 ad opera di Carlo III di Borbone. L’apertura e il potenziamento di questa nuovo asse viario favorisce l’abbandono e il successivo degrado della via Traiana, che resta comunque utilizzata fino agli inizi del XX secolo, e definitivamente abbandonata solo dopo la costruzione della SS 90 bis che collega Benevento con Savignano Irpino.

** tratto da Roberto Patrevita

Città di Ariano Irpino******

Durante le sanguinose lotte durante le guerre fra i Goti e i Bizantini, intorno al VI sec. gli abitanti sparsi nell’ager, per sfuggire ai cruenti massacri e alle continue scorrerie e saccheggi, si rifugiarono sui vicini colli di Ariano, lontani dalle principali arterie di comunicazioni. Ha inizio l’evoluzione del modesto villaggio di Ariano, che in seguito diverrà citta fortificata, baluardo fra le Puglie e Napoli. Ariano viene nominata per la prima volta nel 797 quando un certo Vacco o Guacco, figlio di Tatone o Tettone, dovendo prendere parte alla guerra condotta da Grimoaldo, duca di Benevento, contro Pipino, affida all’abate di Montecassino il figlio Achiperto e, nel timore di non far ritorno, dona i propri possedimenti Casale in Trane, Casale in Trepucio, Casale in Ariano. Con la decadenza del Principato longobardo di Benevento, Ariano divenne contea e roccaforte longobarda, a diretto contatto con i confini bizantini; infatti assurse a contea per contrastare l’avanzata politico-militare dei Greci e per arrestare I’ espandersi delle idee religiose ortodosse. A risollevare il grave dissesto del Mezzogiorno e i soprusi dei baroni, furono Normanni. Con l’incoronazione nella Cattedrale di Palermo di Ruggiero II nella notte di Natale del 1130, il Regno acquisto un nuovo assetto e nelle Assise del 1140 tenutesi in Ariano emano la propria costituzione. Ariano sotto i Normanni assurse a citta fortificata, fu riadattato l’antico castrum, con torrioni tronco-conici, fu riattato il mastio a pianta quadrata e la sala dei banchetti (sala grande) dove si era soliti ricevere i blasonati del tempo. Si dette, altresì, grande impulso all’agricoltura apportando nuove tecniche, consentendo lo sviluppo della mezzadria. I possessi feudali erano detenuti dai comites, che occupavano il posto più alto nella gerarchia e la nobiltà era unita dal vincolo di sangue con a capo il re. Ariano in questo periodo ebbe come conti i signori di Buonalbergo, Gerardo, Eriberto, Giordano e Ruggiero, in una successione ereditaria di padre in figlio. Nel 1255 la citta fu saccheggiata dai Saraceni di Lucera, guidati da Federico Lancia, zio di Manfredi. Dopo la restaurazione di Carlo I d’Angiò, questi si recò in Ariano ed avendo constatato lo stato disastroso in cui versava la città, si diede a ricostruirla, riattò le chiese, il castello gravemente danneggiato e consolidò le mura. Fu in questa occasione che vennero donate agli Arianesi due Spine della Corona di Cristo e consegnate al Vescovo Pellegrini (1264-1277). Si successero quindi vari feudatari al governo della città, fino alle soglie del XIX secolo. Con la ventata napoleonica, incominciarono le rappresaglie e i vecchi perseguitati divennero giustizieri, impiccando e fucilando. Nel rinnovato fervore del 1820, del 1821 e del 1848, i patrioti arianesi parteciparono ai moti rivoluzionari. II 21 ottobre del 1860, con unanime consenso, Ariano proclamò il solenne plebiscito nella piazza che oggi porta il nome.

Visita al centro urbano

Il centro di Ariano Irpino è ricco di chiese e cappelle realizzate nel corso dei secoli e legate al suo ruolo di importante diocesi, legata prima alla potente Arcidiocesi di Benevento e poi diocesi di confine tra Campania e Puglia.

Eremo di S. Pietro de Reclusis

Questo eremo era anticamente detto “delli Chiausi” o “delli Inclausi”. E’ ancora oggi visibile la cella dove, secondo la tradizione, visse e morì l’eremita S. Oto, patrono di Ariano. Sono anche visibili alcuni affreschi venuti alla luce durante alcuni restauri, databili dal XIV al XVI secolo.

Chiesa di S. Maria del Carmine.

Questa Chiesa fu edificata nel 1668 e sotto il re Carlo II venne titolata “chiesa regia”. Collegiata di San Giovanni Battista. Un tempo era denominata Madonna della Croce. L’altare maggiore è dedicato al Santo omonimo mentre nel 1516 fu edificata una cappella laterale in onore di S. Maria d’Amandi.

Cattedrale.

La cattedrale fu edificata intorno alla metà del X secolo sul sito di un tempio di Apollo. Essa ha svolto, fin dalle origini, sia funzioni religiose sia civili, infatti il communis consenso avveniva negli spazi adiacenti ad essa, dove la popolazione riunita in assemblea deliberava atti amministrativi di particolare urgenza. Il Vescovo aveva, quindi, anche funzione di capo civile della Città. L’attuale facciata, edificata nel 1500 in stile romanico in arenaria, è la parte più antica dell’attuale chiesa. Rosoni, portali ed altri stemmi e cornici furono aggiunti nei secoli successivi. La chiesa è a tre navate con pianta a croce latina. Le cappelle laterali sono tutte state realizzate dal XVIII fino a XX secolo. Sono numerose le opere, i dipinti e gli arredi sacri di valore, custoditi presso l’annesso Museo diocesano.

Palazzo Forte-Museo civico

Di particolare importanza e pregio è la collezione di maioliche dell’artigianato arianese, che include sia oggetti per il culto religioso sia oggetti di uso domestico, con una produzione che va dal 1500 al 1900. Di raro pregio sono i centrotavola, gli scaldini a scarpetta, le fiasche a libro, antropomorfe e zoomorfe, nonché i boccali “bevi se puoi”. Un altro settore del museo, invece, è costituito dalla collezione di ceramiche antiche dal VII al IV secolo a.C. Proseguendo la visita si incontrano il Palazzo della Duchessa, la Chiesa di S. Andrea (XV sec), il Palazzo Vitoli Cozzi, la chiesa di Sant’Agostino, la Chiesa di S. Francesco, la Chiesa del Loreto (XII sec), la Chiesa di S. Pietro Apostolo.

Castello

Il castello fu edificato in posizione preminente, in modo da controllare le valli dell’Ufita, del Miscano e del Cervaro. Esso è a pianta trapezoidale, munito di 4 torri troncoconiche comunicanti tra di loro tramite corridoi che si aprono lungo le mura perimetrali. Alla sommità, il rudere dell’antico mastio.I muri di cortina sono muniti di contrafforti ed avevano un’altezza di circa sei metri al di sotto l’attuale piano di calpestio. Sono diversi gli ambienti interni, sia delle torri sia del castello, ancora visibili e visitabili. Il castello ospita una interessante e ricca mostra permanente delle armi.

Ospedale di San Giacomo

Si tratta di un antico palazzo ubicato a margine del Borgo dei Tranesi, il quartiere storico dedito alla produzione della ceramica arianese. Il nome, Ospedale, e la dedica a San Giacomo certamente evoca un collegamento di questo edificio con i pellegrinaggi ed i cammini. Oggi esso ospita il Polo Didattico e Scientifico del Meseo Civico e della Ceramica, avendo sia funzione museale, con forte connotazione innovativa con ricorso a nuove tecnologie; sia funzione di laboratorio didattico e di formazione sulle tematiche specifiche. Il Polo è in continua evoluzione e si arricchisce sempre di più di materiali e di offerte formative e didattiche.

******tratto da Nicola D’Antuono

Greci

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Tre Fontane

Tre Fontane è il nome di un complesso architettonico rurale di epoca rinascimentale ubicato lungo la linea spartiacque appenninica, a cavallo fra la valle del Cervaro e l’alta valle del Miscano a un’altitudine di 725 m s.l.m.. Da un punto di vista amministrativo il complesso è situato nel territorio comunale di Greci (in provincia di Avellino), presso il confine territoriale con Ariano Irpino e Castelfranco in Miscano. Il complesso si compone di una grande masseria fortificata a pianta quadrangolare con un’ampia corte centrale, di una imponente taverna di forma rettangolare e di un modesto casale ubicato alle falde di un’antica cava di pietra. Ognuno dei tre edifici, situati a quasi 200 m l’uno dagli altri, disponeva di una propria fonte sorgiva, da qui l’origine del toponimo. L’insediamento delle Tre Fontane sorse all’incrocio fra tre antiche direttrici di traffico

  • la via Appia Traiana, costruita nel II secolo d.C. in sovrapposizione alla più antica via Minucia e rimasta in uso per tutto il medioevo quale parte integrante dell’itinerario della via Francigena
  • il tratturello Camporeale-Foggia, un percorso della transumanza che univa il tratturo Pescasseroli-Candela alla città sede della Règia dogana della Mena delle pecore
  • il tratturello Volturara-Castelfranco, una diramazione del tratturo Lucera-Castel di Sangro; a differenza dei due precedenti questo tracciato percorreva la catena appenninica in senso longitudinale

Assai scarse sono tuttavia le tracce della frequentazione del sito in epoca imperiale e medievale; l’edificazione del complesso avvenne infatti solo nel Cinquecento[6], al termine delle devastanti guerre d’Italia del XVI secolo. Fin dagli inizi l’insediamento fu occupato dal gruppo etnico arbëreshë, lo stesso che risiede anche a Greci e che ben conserva la cultura e la lingua d’origine, ma non il rito bizantino Sorto in corrispondenza dell’allora principale crocevia tra Campania e Puglia, l’insediamento in una prima fase dovette essere assai florido grazie all’intenso traffico di pastori, viandanti, cavalieri e mercanti; a tal riguardo è significativo che la taverna fosse costruita esattamente sul tratturello e munita ai lati di portali che consentivano il controllo dei transiti. Tuttavia, dopo che nel corso del Seicento fu costruita la nuova strada regia delle Puglie che penetrava direttamente nella valle del Cervaro passando dalla più meridionale sella di Ariano, ebbe inizio l’inevitabile fase della decadenza.

Miliare

In territorio di Greci, in località Tre Fontane, a circa 200 metri dall’omonima Taverna, è stata scoperta la colonna miliaria con l’indicazione della dstanza in miglia da Benevento. Era collocata lungo il percorso della Via Traiana, nel tratto compreso tra le stazioni di posta di Aequum Tuticum e la Mutatio Aquilonis, un segmento della via consolare romana di 8 miglia. La colonna risulta mutila inferiormente, poco sotto la linea della cornice ed è spezzata lateralmente, dove manca una porzione del lato sinistro, compresa una parte dell’iscrizione. La colonna, appena rastremata in alto e simile per dimensioni e tipologia agli altri miliari traianei della stessa Via, conserva il margine superiore leggermente aggettante. Nello spazio, tra questo e la cornice, è inciso il numero delle miglia. Lo specchio epigrafico, con il testo impaginato con regolarità, secondo uno schema costante che si ripete su tutti i miliari della Via Traiana, è delimitato da una cornice a gola dritta di cui restano soltanto il lato destro e parti di quello inferiore e superiore; l’altezza dello specchio epigrafico è di cm 92, mentre la laghezza massima conservata è di cm 29. L’incisione dei segni è accurata, con l’assenza di interpunzione e con i numerali privi della stanghetta orizzontale. Le lettere conservate delle undici righe dell’iscrizione sono ben leggibili e presentano altezze diverse secondo un modulo decrescente tipico di questa serie di miliari: le misure variano dai 12,5 cm della prima riga con il numerale del miliario, 6 della seconda e terza riga, 5,5 della quarta, 4,5 della quinta, 4 della sesta e dell’ottava, 3,5 della settima e della nona, fino ai 2,5 cm della decima e undicesima riga. Il numero delle miglia – XXVI – è da integrare con sicurezza, poiché sono conservate le ultime tre lettere della cifra (le ultime due complete) e per l’esatta corrispondenza topografica tra il luogo di rinvenimento e la distanza ricostruita da Benevento, che coincide con la distanza reale della colonia di Beneventum (poco meno di 40 Km). Il miliario si data al 109 d.C., anno in cui venne fatta costruire l’importante arteria stradale dall’imperatore Traiano per collegare con un percorso più agevole – anche se più lungo – Benevento con Brindisi, in alternativa al percorso interno e tortuoso della Via Appia. Si trattò sicuramente di un’impresa portata a termine in diversi anni di lavoro (forse un quinquennio), anche sistemando assi stradali preesistenti – vie di cui abbiamo notizie esplicite in Strabone ed in Orazio – l’anno di inizio delle operazioni si evince dalla XII tribunicia potestas di Traiano (10 dicembre 108 – 9 dicembre 109), carica indicata e visibile anche nell’iscrizione del nostro miliario.

Tre confini

Un punto di particolare interesse geografico è detto “Tre confini”. In un punto convergono tre confini provinciali (e due regionali); qui si attraversa il confine tra Campania e Puglia, ma la circostanza più singolare è la convergenza in questo punto delle province di Benevento (Comune di Castelfranco in Miscano), di Avellino (Comune di Greci) e di Foggia (Comune di Faeto). Il punto è segnato da una stele in pietra calcarea che ha forma di prisma a base triangolare sulle cui facce sono incise le sigle “BN”, “AV”, “FG”.

Cultura arbresche (Katund)

Prima che arrivassero gli Albanesi, Greci era un insediamento già esistente e molto antico. Il nome Greci compare dopo il 535, cioè in seguito alla spedizione nell’Italia Meridionale (voluta da Giustiniano, imperatore di Costantinopoli) sotto il comando del generale Belisario. Evidentemente, in tale occasione, furono fondate molte colonie greche, tra cui Greci. Il paese venne distrutto dai Saraceni nel 908 d. C. e riedificato nel 1039 (sempre col nome di Greci) dal conte Potone, catapano, per concessione del principe di Benevento Pandolfo e del figlio Landolfo. La cittadina Greci, in quel tempo, era una specie di emporio, ove si svolgeva il commercio tra Abruzzo e Puglia. Tra il 1461 e il 1464 il generale Skanderbeg, eroe nazionale d’Albania, si trovava in Italia con un nutrito numero di valorosi Albanesi per aiutare Ferdinando d’Aragona contro Giovanni d’Angiò. Skanderbeg, al comando del suo valoroso esercito, il 14 agosto del 1461 nella battaglia di Orsara (Terrastrutta, località vicino Greci) sconfisse definitamene gli Angioini. Dopo tale battaglia, una guarnigione di soldati albanesi fu lasciata su questo colle a difesa di eventuali incursioni di ribelli, che potessero provenire dal nord o dal sud. Non bisognava sottovalutare il fatto che in vicinanza c’erano due colonie francesi: Faeto e Celle San Vito, che non davano troppa riassicurazione agli Aragonesi a causa della loro origine, per cui un certo controllo di una colonia albanese, fedelissima agli Aragonesi, era rassicurante per il re. L’insediamento fu completo sotto ogni aspetto, in quanto i familiari dei suddetti soldati raggiunsero Greci. Entrarono, dunque, in contatto con ciò che era rimasto della vecchia Greci greca e iniziarono la costruzione del nuovo paese nella località detta Breggo (Bregu) che in italiano significa monticello. Costruirono le kalive, case in pietra e col tetto in legno e tegole. Erano generalmente formate da un unico ambiente che doveva fungere sia da abitazione che da ricovero per gli animali. Le kalive erano molto basse e normalmente addossate l’un l’altra. Quelle ancora intatte sono disabitate e adibite a ricovero per solo animali. Portarono con sé anche il rito greco-ortodosso, che scomparve verso il 1690 per repressione dell’Arcivescovo Orsini. La fecero rinascere arricchendola con la propria cultura, storia, religione, miti e lingua. Sostituirono il toponimo Greci con quello di Katundi, che nella lingua albanese significa “il paese o paese nativo”. Nel territorio di Greci si trovano molte contrade che portano denominazioni prettamente albanesi: Sheshi Kikutë, Pilli, Fisa, Ghama Shpotit, Mali, Vreshtë, Bregu, Shkembi, Rëshkalatat, Shelqi, Proigas.

Castelfranco in Miscano

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Alta Valle del Miscano

Il sito è a confine tra i comuni di Castelfranco in Miscano ed Ariano Irpino. Questa zona, quasi del tutto priva di insediamenti antropici, se non per alcune masserie dedite all’allevamento zootecnico ed alle coltivazioni di fieno e cereali, è di grande interesse naturalistico, per la possibilità di osservare i più grandi rapaci presenti in zona, per la presenza del fiume Miscano e per la presenza, grazie alla scarsa antropizzazione, di alcuni rettili molto particolari.

Rapaci**

Il gruppo di uccelli che principalmente interessa quest’area sono i rapaci diurni. Tra questi la poiana, che originariamente era solo di passaggio in questi territori, in quanto migratore, da alcuni anni è divenuta stanziale. In estate i punti più alti del territorio, soprattutto in occasione della mietitura e dell’aratura, sono caratterizzati da questi uccelli maestosi che volteggiano nel cielo emettendo il loro caratteristico “grido” che ricorda un lamento profondo e penetrante. E’ frequente poterne osservare sui pali o sulle balle di fieno, in attesa di spiccare il volo e lanciarsi sulle prede. I gheppi ed i grillai sono numerosissimi e si appollaiano sui fili della corrente, in diversi esemplari. E’ possibile anche osservarli quando si fermano in volo battendo le ali con movimenti circolari.

I rapaci presenti ed osservabili sono:

  • Poiana
  • Nibbio
  • Gheppio
  • Grillaio

Rettili**

I rettili e gli anfibi occupano un posto privilegiato nella mostra “Naturalmente”, una sorta di riscatto per animali, soprattutto i serpenti, troppo spesso, ancora oggi, trattati come nemici e come esseri da uccidere e distruggere, fonte di ataviche paure. La nostra area presenta una particolarità che è valida sia per la flora che per i rettili, qui si realizza una sovrapposizione tra gli areali meridionali e quelli del centro-nord, per cui non è insolito trovare esemplari di entrambi gli areali che convivono e, alcune volte, si ibridano. In questa zona sono stati individuati alcuni esemplari di Luscegnola. La luscengola (Chalcides chalcides) è un piccolo sauro appartenente alla famiglia degli Scincidi, diffusa nei paesi del bacino occidentale del mar Mediterraneo. La caratteristica principale di questa specie è di possedere arti molto piccoli, pressoché atrofizzati. Il corpo, serpentiforme, lungo sino a 40 cm, lucido, ha un colore che può andare dal verde oliva al grigio, al marrone, con striature nere. La coda, come avviene nelle lucertole, può staccarsi quando l’animale viene afferrato per questa parte del corpo (autotomia).

Centro urbano

Castelfranco in Miscano confina ad Est con Greci e Faeto (FG), ad Ovest con Ginestra degli Schiavoni (BN) e Montefa1cone Valfortore (BN), a Nord con Roseto Valfortore (FG), e a Sud con Ariano Irpino e Montecalvo Irpino. Si innalza sulle falde di un piacevole colle del sub-appennino dauno e si trova ad un’altitudine di 760 m. s.l.m..mIl territorio presenta costanti ed uniformi pendenze ed è caratterizzato da terreni in prevalenza privi di coperture arboree. Ciò si spiega in parte per il largo impiego che si fa dei mezzi meccanici in agricoltura e per la destinazione del terreno a colture cerealicole che rappresentano il principale prodotto dell’agricoltura locale. I pascoli, sebbene non molto estesi, favoriscono l’industria zootecnica con conseguente commercializzazione di animali, latte e foraggi. Assenti sono il vino e la frutta. La fondazione del paese risale ad un tempo molto remoto. All’epoca dei Normanni fu annesso alla contea di Ariano con il nome di Castelfranco. Il toponimo di Castelfranco potrebbe essere anche posto in relazione alla presenza degli Angioini nel vicino Castiglione, edificato per il controllo del valico della Via Traiana nella romana Mutatio Aquilonis, proprio al confine tra Campania e Puglia (oggi nel territorio di Faeto, centro nel quale, con Celle di San Vito, sussiste la lingua francoprovenzale) e ricadente nel dominio della Contea di Ariano. Tra i feudatari si ricordano i De Lecto, i Mansella, Giovanni Rao di Ariano, la famiglia Shabran, Francesco Sforza, Innico Guevara, Antonenello Grifo, i Caracciolo, i De Sangro. Nel 1811 Gioacchino Murat unì Castelfranco alla provincia di Capitanata. Nel 1861 il paese fu aggregato alla nuova provincia di Benevento.

Produzioni tipiche – Caciocavallo

Oggi a Castelfranco sono di primaria importanza la produzioni zootecniche ed in particolare le vacche da latte. Da questo latte, oltre a mozzarelle e ricotte prodotte da diverse aziende casearie, si ricava il Caciocavallo di Castelfranco. Questo rientra nei “prodotti tradizionali” riconosciuti dalla Regione Campania. La sua peculiarità va ricercata sia nell’utilizzo esclusivo di latte di bovine di razza bruna, molto diffuse in tali zone, sia nella particolare tecnica di lavorazione, che prevede alcune varianti significative rispetto a quella standard. L’aspetto più saliente consiste nell’utilizzo della “scotta bollente”, cioè del siero che risulta dall’estrazione della ricotta come liquido di governo per la maturazione della cagliata. Inoltre, siccome sia la caldaia che i tini di legno tra una lavorazione e l’altra non vengono lavati, e quindi rimangono impregnati di siero acido, si verifica un rudimentale “siero-innesto”, che conferisce al formaggio un gusto particolare. Ha forma tendenzialmente sferica, con testina piuttosto piccola; la crosta, liscia e sottile, è di color giallo paglierino, la pasta ha colore bianco avorio appena sfumato nel giallo. La consistenza è pastosa, il sapore delicato e dolce, con aroma lieve. I caciocavalli più richiesti sono preparati nei mesi primaverili, quando il bestiame è allevato al pascolo. L’aroma del caciocavallo podolico varia a seconda del tipo di allevamento e di pascolo: in estate e primavera il pascolo di montagna è ricco di essenze aromatiche, mentre se è di pianura, in autunno e in inverno conferisce al formaggio un sapore più forte e deciso. La pasta del caciocavallo podolico è di colore giallo paglierino, semidura e omogenea, al tatto il formaggio è compatto e granuloso.

Montecalvo

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Ponte Santo Spirito*

Dopo la Masseria Bellavista i terreni agricoli non rivelano più tracce della via Traiana, la quale, entrata nel XVIII miglio, inizia a dirigersi verso la vallata di S. Spirito. Lungo il sentiero sono ancora visibili alcuni blocchi di selciato in situ ed un grosso blocco di opus quadratum, probabilmente parte della zoccolatura del Ponte Santo Spirito, che poco più avanti, scavalca il torrente della Ginestra. Il letto del torrente è ampio e richiese la realizzazione di una imponente struttura di cui oggi rimane soltanto un pilone, sulla sponda sinistra del fiume. Nel 1970, nei pressi del ponte, si rinvenne un’iscrizione relativa ai danni subiti dalla via Traiana a causa dell’irruenza delle acque del fiume, con la conseguente necessità di ricostruire questo tratto viario da parte degli ingegneri dell’Imperatore Traiano. Apparentemente nulla si conserva della struttura occidentale del ponte; rimane invece ben evidente l’unico pilone le cui dimensioni e caratteristiche costruttive sono paragonabili con quelle del Ponte delle Chainche di Buonalbergo. L’orientamento del ponte è Est-Ovest ma è possibile che presentasse una curvatura verso nord-est.

Flora

Sulle rive del fiume, tra le erbe ormai secche, in estate due specie producono frutti spinosi, che si attaccano tenacemente agli abiti. Dallo studio delle modalità secondo cui questi frutti si attaccano ai tessuti è nata la tecnica della chiusura a strappo con la creazione del velcro.

Territorio di Montecalvo Irpino****

Il tracciato della Francigena è distante dal centro abitato di Montecalvo Irpino, ma questo non toglie che il centro urbano sia stato fortemente influenzato da questo percorso nel corso della sua storia. Il suo sviluppo in epoca medievale, infatti, sotto la dominazione normanna, è certamente stato determinato sia dal passaggio della strada che da Benevento conduceva in Puglia, seguendo il tracciato della via Traiana fino a Troia (FG); sia dal tracciato del Tratturo, che in periodo romano era, in questa area coincidente con la via Herculea, e che permetteva il collegamento tra la Via Traiana e la Via Appia, quest’ultima fondamentale per le prime famiglie normanne del sud Italia, per il controllo della Lucania e la città di Melfi.

Castello – Palazzo ducale Pignatelli****

Sono poche le tracce, costituite da alcuni muri e dalla parte più bassa della torre circolare (don jon) del castello medievale di Montecalvo. Su questa originaria struttura, presumibilmente edificata in epoca normanna, si sviluppò il palazzo ducale, le cui strutture si estendono sull’area originariamente occupata dall’intero castello. Oggi questo si presenta completamente ristrutturato ed adibito a funzioni museali, mostre temporanee e sale conferenza.

Chiesa S. Maria Assunta****

La Chiesa di Santa Maria Assunta, nella sua forma attuale, fu completata nel 1428, durante il governo di Francesco Sforza, duca di Milano. Nel corso dei secoli, donazioni ed interventi da parte dei feudatari che si sono succeduti a Montecalvo, l’hanno sempre di più arricchita. Di particolare pregio architettonico è la Cappella Carafa, completata nel 1556. Oggi questa cappella ospita la statua lignea della Madonna dell’Abbondanza, statua di proprietà della famiglia di San Pompilio Mario Pirrotti e ritrovata casualmente, pochi anni orsono, durante i lavori di ristrutturazione della casa di famiglia, dimenticata in uno scantinato.

Ospedale di Santa Caterina.****

Certamente connessa alla via Francigena medievale è la costruzione dell’Ospedale di Santa Caterina. Il complesso, già funzionante nel 1200, fu secondo tradizione, costruito dai crociati montecalvesi di ritorno dalla Terra Santa. La costruzione è addossata alla cinta muraria. Questa struttura di assistenza, con alterne vicende, ha proseguito la sua funzione fino alle soglie del 1800.

****tratto da prof. Giovanni Bosco Maria Cavalletti

Bolle della Malvizza***

I Sanniti prime e poi i romani e gli altri popoli che si sono succeduti su questi territori, consideravano la Malvizza terra popolata da poteri e spiriti misteriosi con i quali era conveniente ed opportuno instaurare buone relazioni. Sintesi tra religione e magia era Mefite, personificazione della mefite, cioè del cattivo odore che usciva dalle “mofete”. La presenza, nel sito della Malvizza di Montecalvo lrpino di una “Mofeta”, con la fuoriuscita dal sottosuolo di liquami accompagnati da gas, e di una iscrizione votiva riportata dal Vitale, e oggi purtroppo andata perduta, sono la chiara testimonianza della presenza anche nella Valle del Miscano di un Santuario dedicato a Mefite dea degli inferi.

“In una cappella semidiruta, denominata Cappella di San Vito accanto alla strada che da Ariano conduce a Montecalvo e ne divide in questa parte il territorio, vedesi fabbricata una lapide con l’iscrizione seguente: (T.Vitale)

P ACCIA. Q. F. QUINTILLA meFITI. VOT … S. OLV

In realtà le “Bolle della Malvizza”, sono dei piccoli crateri nel fango dal quale fuoriesce anidride carbonica (quindi inodore) che nella fuoriuscita fa “ribollire” l’acqua della falda superficiale e che scorre lungo i versanti di questi piccoli vulcanelli, come lava fredda. Questo ambiente “lunare”, caratterizzato da strani fenomeni geologici hanno esaltato la fantasia degli antichi che ritennero la località sede di numerosi spiriti, sia benevoli che malevoli. I Romani ritennero questo luogo come uno degli ingressi degli Inferi, dando vita a numerose leggende, che si sono perpetrate per tutto il medioevo e fino ai nostri giorni.

Rapaci**

Il gruppo di uccelli che interessa quest’area sono i rapaci diurni. Tra questi la poiana, che originariamente era solo di passaggio in questi territori, in quanto migratore, da alcuni anni è divenuta stanziale. In estate i punti più alti del territorio, soprattutto in occasione della mietitura e dell’aratura, sono caratterizzati da questi uccelli maestosi che volteggiano nel cielo emettendo il loro caratteristico “grido” che ricorda un lamento profondo e penetrante. E’ frequente poterne osservare sui pali o sulle balle di fieno, in attesa di spiccare il volo e lanciarsi sulle prede. I gheppi ed i grillai sono numerosissimi e si appollaiano sui fili della corrente, in diversi esemplari. E’ possibile anche osservarli quando si fermano in volo battendo le ali con movimenti circolari.

I rapaci presenti ed osservabili sono:

  • Poiana
  • Nibbio
  • Gheppio
  • Grillaio

Buonalbergo

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Via Traiana*

Il percorso della Via Traiana continua ad essere caratterizzato, anche in territorio di Buonalbergo, da una sequenza di piccoli corsi d’acqua a carattere torrentizio che scorrono sulla riva destra del fiume Miscano e determinano la morfologia di quest’area.I Ponti erano, quindi, infrastrutture fondamentali per permettere il superamento di questi torrenti. Poche centinaia di metri più ad est del Ponte Latrone, si incontrano i pochi resti di Ponte San Marco, così denominato in epoca medievale, per la probabile presenza di una Chiesa di San Marco, anche attestata in documenti dell’XI secolo.

Ponte San Marco*

Il ponte San Marco è ubicato tra i miliari XII e XIII; di esso si conosce poco, in quanto non sono mai state effettuate ricerche archeologiche di dettaglio ed anche la sua esatta ubicazione è stata individuata in anni recenti. Questo ponticello fu realizzato per superare il torrente Cesine. Dai pochi resti visibili si può dedurre che si trattasse di un ponte realizzato con tecniche del tutto similari ai maggiori e vicini Ponti Latrone e delle Chianche, cioè in conglomerato cementizio con paramento in laterizi (bipedales) e piloni posati su fondazioni costituiti da grossi blocchi di calcare squadrati. E’ di grande interesse la presenza di una serie di Cappelle posizionate nei pressi della Via Traiana e che fin dall’Alto medioevo diviene percorso di pellegrinaggio verso Oriente, per raggiungere la Grotta di San Michele al Gargano.

Starza

Detta Chiesa di San Marco era, presumibilmente ubicata in località Starza, un interessante insediamento di epoca romana, del tutto inesplorato se non per sporadici e casuali ritrovamenti nel corso delle arature dei campi. Da quanto emerso da detti ritrovamenti, qui doveva trovarsi una grande “villa rustica” che, con il declino dell’Impero d’occidente, deve essersi trasformato in un vero e proprio villaggio. Il toponimo di “Starza” abbastanza diffuso in Irpinia, deriverebbe dal termine medioevale “starcia”, equivalente a “terreno da seminare”; nel gergo napoletano acquisì in seguito anche sinonimo di “fattoria”, quindi a conferma dell’ubicazione in quel sito di una “villa rustica” romana. Il significato primitivo del nome rimane comunque alquanto oscuro, in quanto alcuni studiosi lo inquadrano come indicante un vigneto con le viti sposate all’olmo. La villa rustica della Starza doveva avere un’estensione notevole, con la presenza di aree dedicate ai proprietari; ciò è desumibile grazie al ritrovamento fortuito di alcuni tratti di mosaici pavimentali e di laterizi solitamente utilizzati per la realizzazione di pavimenti sospesi in edifici termali.

Madonna della Macchia

Il Santuario della Madonna della Macchia è così denominato in quanto esso ospita una statua lignea della Madonna con Bambino, detta della macchia. Tale statua, presumibilmente del XIII secolo, pare sia stata ritrovata in un cespuglio da quelle parti (macchia, in dialetto) da una contadina muta che, a seguito dell’apparizione, cominciò a parlare. La chiesa, già menzionata in documenti nell’XI secolo, in quanto inclusa in un elenco di beni che i signori normanni di Buonalbergo avevano donato a Santa Sofia, sorge su un’altura a ridosso del Ponte delle Chianche e, presumibilmente in un sito già occupato da un Santuario preromano. Il complesso deve aver avuto una certa importanza in relazione al percorso da Benevento verso il Gargano e la via Francigena, come testimonia il cartiglio, che riporta il passo del Vangelo di Giovanni:

EGO SUM LUX MUNDI/ QUI SEQUITUR ME/ NON AMBULAT/ IN TENEBRIS/ ET HABEBIT/ LUMEN VITAE/ EGO SUM ALFA ET OMEGA.

(IO SONO LA LUCE DEL MONDO. CHI SEGUE ME NON CAMMINA NELLE TENEBRE ED AVRÀ LA LUCE DELLA VITA. IO SONO IL PRINCIPIO E LA FINE)

Il testo del cartiglio, retto dalla mano sinistra del Bambino, trova riferimento nel gesto della mano destra che è benedicente, impartisce un ordine ed indica una direzione. E’ lo stesso passo del Vangelo che ritroviamo, completo, nel bassorilievo della Trinità Trifronte nella Grotta di San Michele al Gargano. Essendo il Santuario della Madonna della Macchia ubicato sulla Via Sacra Langobardorum, che da Benevento conduceva al Santuario di Monte Sant’Angelo, è logico pensare ad un collegamento tra la meta della peregrinatio ed i luoghi significativi ubicati lungo il percorso. Scendendo al di sotto del Santuario si incontrano cespugli di Vesicaria, una pianta di Sorbo carica di frutti, tra fitti cespugli di Ginestra. Il bosco sottostante, molto fitto, freddo è ricco di felci come Asplenium nigrum, Asplenium ceterach, Pteridium aquilinum e muschi come Cerotodon purpureus e Pleurochaete squarrosa. Seguendo il ruscello dove incontra il torrente S. Spirito si trovano numerose piante di Nocciolo.

Ponte delle Chianche* – **

Immediatamente a valle del Santuario è ubicato uno dei ponti più importanti della Via Traiana in quanto è quello meglio conservato e giunto pressoché integro ai nostri giorni: il Ponte delle Chianche. Esso rappresenta la testimonianza più eloquente della Via Traiana in quanto tra tutte le costruzioni lungo il tracciato, è l’unico che abbia conservato quasi tutte le arcate nella loro forma originaria. Il ponte ha una lunghezza determinabile in circa 100 m, una larghezza di 7,20 m ed è orientato est-ovest; esso presentava 6 arcate, di diversa misura. Le caratteristiche costruttive sono quelle usuali delle strutture della Via Traiana: struttura interna in conglomerato cementizio e paramento in mattoni bipedales (60x60cm circa) a costituire le arcate, in doppia ghiera. Le aree di copertura dei piloni, invece, erano realizzate con mattoni triangolari con base di circa 25 cm. Questi ultimi sono stati rinvenuti anche a Ponte Latrone e Ponte San Marco. Alcuni laterizi del Ponte sono presentano la bollatura impressa, che ne distingue la fornace di provenienza. Sul ponte, ricco di cespugli di ginestra, rami di ornello (nato sui fianchi del ponte) c’è animazione; tra i rametti dei cespugli si può vedere una Mantis religiosa o la cugina Empusa pennata mentre a terra striscia un Biacco (Coluber viridiflavus) o un Cervone (Elaphe quatuorlineata). Sotto le volte del ponte Parietaria e Ortica. Vicino all’acqua tra la Saponaria il Crescione (Nasturtium officinale) e la rara canna Tifa (Thypha angustifolia), nuotano Biscia (Natrix natrix) Rane brune e verdi; tra le pietre il granchio d’acqua dolce (Potamon fluviatile). Davanti al ponte cresce tra il grano un mare di papaveri (Papaver rhoeas). Alle spalle del ponte compare la succosa Porcellana (Portulaca oleracea) che si trova anche tra i vicoli del Centro storico di Buonalbergo. A lato del ponte un folto bosco; all’ombra delle querce, il Gigaro ( Arum maculatum) e l’Ombelico di Venere (Umbelicus rupestris) e forse solo lì, una piccola orchidea bianca: la Cephalanthera damasonium. Un fiore curioso, un ciuffo di piccole campanelle blu sfumanti nel nero segnalano il Lambascione; questa Liliacea viene raccolta nel Molise e nella Capitanata per i saporiti bulbi che vengono conservati sott’olio ma da queste parti ignoravano i bulbi ed usavano le infiorescenze per preparare un decotto che andava sciolto nel latte per darlo ai bambini come calmante (Il suo nome è Muscari  comosum, quindi che provocano il sonno come una specie di coma); un’alternativa era il decotto di Papavero da oppio (Papaver somniferum).

Centro storico

Il centro storico di Buonalbergo è costituito da due nuclei nettamente divisi tra loro: Terravecchia, sviluppatasi intorno all’incastellamento ubicato su uno sperone di roccia e del quale restano, ormai poche tracce, la cui origine è, presumibilmente longobarda; Santijanni, quartiere realizzato nell’area dove era ubicata una chiesa di San Giovanni, dopo il 1515, secondo uno schema urbanistico regolare e con funzione originaria di oppidum (borgo fortificato). L’intervento di costruzione “di pianta” del nuovo quartiere determinò anche una ristrutturazione urbanistica di Terravecchia, in quanto l’intero borgo fu circondato e protetto da mura e torri pentagonali. La rigorosa struttura urbanistica rinascimentale fu, parzialmente, disattesa nei secoli successivi, con l’incremento della popolazione e la necessità di nuovi volumi che hanno, quindi, occupato alcuni spazi pubblici. Dal Baraccone si scende per le strade del centro storico fino a Via Roma. Osservando con attenzione si può scorgere, seminascosti, piccole immagini dei mazzamarielli, folletti tradizionalmente vestiti di rosso, che popolavano le soffitte e gli anfratti delle case. Qui si trovano dipinti sui muri delle case diroccate. Tra le crepe dei muri, e in alto dalle tegole, ci osservano piccoli mazzamarielli di creta, che controllano il passaggio dei frequentatori del centro storico.

La fontana del Lombardo ed il Torrente S. Spirito

La fontana del Lombardo è una delle numerose fontane che caratterizzano il territorio di Buonalbergo. Essa è ubicata tra il centro storico ed il torrente Santo Spirito. Quest’ultimo corso d’acqua, a carattere torrentizio, costituisce una sorta di asse portante, con andamento nord-sud del territorio comunale. Esso costituiva una protezione naturale per l’oppidum, ma anche un’ostacola per i collegamenti: il Regio Tratturo, più a monte lo attraversava grazie ad un guado (che potrebbe essere quello ricordato da Tito Livio come “vadum augelli”), la Francgigena con una passerella; la strada che conduce in Puglia con un ponte e la Via Traiana, con il Ponte delle Chianche. Lungo il torrente S. Spirito, sotto le pietre, nel muschio, sopravvive la piccola Salamandrina dagli occhiali. Ritrovarla è difficile perché pretende un ambiente acquatico altamente integro. Nell’agosto 2005, il Dott. Antonio Romano, ricercatore all’Università di Tor Vergata, è stato condotto sul posto da A.B. Schmidt alla ricerca di larve di Salamandrina per prelevarne dei piccoli campioni ed esaminarne il DNA. Da questi esami risultò che le salamandrine di Buonalbergo appaiono un ibrido tra il ceppo meridionale ed il ceppo centro-settentrionale. Ne sono stati trovati esemplari e larve a Badacieddri, all’incrocio tra Regio Tratturo e Torrente S. Spirito, qualche centinaio di metri più a monte e una numerosa famiglia sotto il ponticello del Lombardo. Sempre a Badacieddri numerose piantine di Sambuco ebbio ospitano le belle Cetonie; nel bosco sottostante ancora non è primavera quando fiorisce l’elleboro. Nell’Aia del re, nasce una piccola orchidea spontanea l’OPHRYS LUTEA; questo è l’unico sito tra Buonalbergo e Casalbore in cui cresce questa piccola orchidea. Nella gariga sono presenti cespugli di biancospino, rosa canina, prugnolo ed asparagi selvatici. Prima del ponticello al Lombardo, nell’ortica, curiosi bruchi neri con grosse spine (innocue) si preparavano a trasformarsi nella più bella farfalla italiana: la Inachis io. Nella briglia sottostante il ponticello, tra Farfara e farfaraccio, all’ombra dell’alloro una coppia di rospi in accoppiamento col maschio quasi invisibile sul dorso della grossa femmina. Lei emette un nastro gelatinoso contenente le uova che il maschio feconda dall’esterno.

Sant’Arcangelo Trimonte

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Borgo medievale di Montemalo

Conosciuto fino al 1861 col toponimo di Montemalo, nome derivante dalla lingua osco-sannitica che individuava con molta probabilità un luogo protetto (monte) adatto al ricovero delle greggi (maloe), era abitato già in età pre-romana da genti dedite all’allevamento degli ovini, che presumibilmente si era stanziata nelle grotte naturali ancora presenti nel sito dove sorgerà il castello del paese. L’incastellamento fu realizzato, a giudicare dai pochi resti, dai longobardi ed è ricordato nelle cronache medioevali proprio per la vasta estensione delle sue segrete. Verso il 1500, molte aree interne del regno di Napoli che erano rimaste spopolate in seguito al disastroso evento sismico del 1456, furono ripopolate da popolazioni “Schiavone” che scappavano dall’invasione turca e conseguente islamizzazione della penisola balcanica. Con questo nome si designavano indistintamente etnie Serbo- Croate, Albanesi, Bulgare, Gitane (ungheresi), Montenegrine. Montemalo fu ripopolato da Schiavoni, come ci dice lo storico Tommaso Vitale, e questi riedificarono il paese, costruirono la nuova Chiesa fuori dalla “terra” e la intitolarono a Santa Maria; costruirono i borghi rurali caratteristici della campagna montemalese, ed in uno di essi costruirono un’altra Chiesa dedicata ai Santi Arcangeli, e quella Chiesa, di cui nulla rimane, ha dato il nome, prima alla contrada omonima e poi al paese. Di quelle genti ora non ne esiste più traccia, anche se nel dialetto locale traspare qualche termine slavo. Feudo rustico, appartenne sempre a famiglie nobiliari infeudate di altri feudi ed amministrato come un’azienda agricola. Solo con Carlo III di Borbone la famiglia Moccia venne infeudata del titolo di marchesi di Montemalo. I Moccia persero la proprietà del feudo, non il titolo, in seguito al ricorso presentato da Ippolita Spinelli alla gran corte feudale che ne chiedeva l’invalidazione a causa di una irregolarità formale; all’assegnazione del feudo non era seguito il “giuramento di ligio assenso”, per tale motivo la corte ritenne di accogliere il ricorso.

Nel 1978 è passato dalla Provincia di Avellino a quella di Benevento.

 

Complesso Castello ed il centro antico

Il castello fu costruito a guardia delle basse valli dei fiumi Ufita e Miscano nella loro confluenza col fiume Calore, naturali vie d’accesso dalle Puglie alle fertili valli telesina e caudina verso il napoletano. Esso “avvolge” una collinetta tufacea e fu presumibilmente edificato dai longobardi; esso fi sicuramente modificato in periodo normanno quando è presumibile abbia assunto un aspetto imponente, a giudicare dalle dimensioni di base dell’unica torre rimasta. Il castello è ricordato più volte nelle cronache di varie epoche per l’estensione delle sue secrete. Dell’edificio originario si conservano la torre di nord-est, la scalinata di accesso, una cisterna dell’acqua, parti di mura sia sul lato ovest che sul lato est, altri elementi sono stati “inglobati” nelle numerose abitazioni private sorte sul suo sito in seguito alla vendita operata dall’ultimo feudatario – proprietario, il duca Coscia di Paduli. Il leone posto a guardia della scalinata di accesso è il superstite della coppia che era stata posta originariamente a guardia dell’accesso al castello, di fattura romana imperiale. Il leone ancora presente è quello che originariamente si trovava sul lato sinistro della scala, ora è stato posto a destra per ricavare l’angolo da dedicare alla Statua bronzea di San Pio da Pietrelcina. Il centro antico si snoda sulla cresta della collina tufacea, dai piedi del castello in direzione della valle del fiume Miscano. Le sue costruzioni costituiscono la continuazione di un sistema di grotte, sicuramente preesistenti, ricavate sui fianchi della collina, nel banco di arenaria.

Chiesa Santa Maria Maggiore

La chiesa edificata “fuori dalla terra” dalla neo comunità montemalese- schiavona verso il 1500, prima intitolata a “Santa Maria” poi in seguito a Santa Maria Maggiore. La struttura, semplice a unica navata con l’altare maggiore a nord, ed una imponente torre campanaria sul lato est dell’edificio, vi si accedeva mediante una scalinata che dava direttamente sul sagrato della chiesa. All’inizio del Novecento con fondi donati dai “Montemalesi” in America venne edificata la “navata di San Rocco” sul lato ovest dell’edificio. In seguito al sisma del 1962, l’originario edificio riportò seri danni che ne compromisero la struttura richiedendo l’abbattimento. Il nuovo edificio è sorto sullo stesso

Via Traiana – area attrezzata

Fontane**

Nell’area sono presenti tre fontane interessanti per la presenza accertata di popolazioni acquatiche varie e numerose: Fontana Futa lungo la strada provinciale che collega la SS90bis al centro abitato, sotto un cavalcavia. Fontana Casavecchia la più vicina al PIP e Fontana Bosco papera, verso Ponte Latrone.

Fontana Futa: è un abbeveratoio posto sotto il livello stradale, in parte in ombra, offre la visione di una ricca varietà di fauna acquatica: oltre ai Tritoni crestati ed italici, si possono vedere rane, insetti come ditischi, larve di libellulle, gerridi, notonette; saltuariamente c’è una biscia e intorno (specialmente di notte) qualche rospo.

Fontana Casavecchia: questa Fontana è costituita da un abbeveratoio in cui l’acqua corre forse troppo velocemente per i tritoni che preferiscono acque ferme o molto lente.

Fontana Bosco Papera: Questa fontana e composta da due vasche: quella a monte e piena di una fitta vegetazione composta di alghe con una forte emissione di anidride solforosa; la popolazione dei tritoni è costituita in massima parte dai più piccoli Triturus italicus, solo un esemplare di T. crestato. Nella vasca a valle il fondo e molto più basso, a livello della strada, quindi vi è poca acqua e solo qualche rana.

**tratto da dott. Anton Bruno Schmidt

6_Via Traiana*

Superato il sito di Forum Novum, la via Francigena si dirige in direzione N.E., attraverso un sentiero rurale che coincide quasi esattamente con l’antico percorso della Via Traiana. In questo tratto già Ashby e Gardner, ad inizio del secolo scorso, rinvennero lastre divelte di selciato ed ancora oggi, al di sotto del manto brecciato, sono visibili tracce dell’antico piano stradale. Dopo un tratto con piccole salite e discese, ad una quota media di circa 500 m s.l.m., la strada scende decisamente verso i ruderi di un altro ponte della Traiana, ponte Latrone.

Ponte Latrone*

I ruderi del ponte, che oggi appaiono in parte interrati, sono costituiti da 3 piloni in opera cementizia, privi dell’originario paramento in mattoni, che caratterizzava i ponti della Via Traiana. Esso fu realizzato per superare il torrente della Ferrara. La caratteristica saliente di questo ponte è la conformazione ad angolo, nel senso che la Via Traiana subiva un cambio di direzione in sommità del ponte stesso, ciò in virtù della particolare posizione in cui si trovava, rispetto alla strada ed al torrente che doveva superare. Il tracciato della strada imboccava il ponte compiendo una curca quasi a 90° e percorrendo una rampa di circa 50 m di lunghezza. Quindi, in sommità del ponte la direzione tornava a variare per riprendere in direzione NO. Si è ipotizzato che il ponte Latrone avesse uno sviluppo lineare di circa 90 m con tre arcate principali, ed un quarto arco molto più piccolo di passaggio dalla rampa (causeway) al pilone pentagonale.

*tratto da prof. Francisco Scocca

 

Paduli

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Palazzo Ducale

Il Palazzo ducale (Coscia) nasce sulle rovine dell’insediamento normanno e presumibilmente longobardo, in precedenza, in posizione sommitale anche a controllo della Via Traiana. Il Palazzo Ducale di Paduli è risalente probabilmente al XV secolo, e ha subito modifiche e ricostruzioni dopo i terremoti del XVII e XVIII secolo. Baldassare Coscia, ultimo duca di Paduli nel 1726, acquistò il feudo di Paduli dalla famiglia Malaspina per 52.000 ducati e l’anno successivo fu nominato Duca di Paduli da Carlo VI. Il magnifico palazzo fu fatto riedificare dal duca Coscia, le caratteristiche di tale palazzo sono la pianta a base quadrata con le quattro torri d’avvistamento ai vertici di questa; le terrazze ben rinforzate su ogni lato del palazzo, protette da feritoie e sorvegliate da sentinelle armate; le stalle e gli innumerevoli locali collocati in basso, lungo il perimetro dell’edificio, per ospitare la servitù ed i cavalli.

Chiesa Santa Maria di Loreto e Convento Francescano

L’origine del convento si fa risalire fra il 1486 e il 1491; qui vi si insediò una comunità francescana di frati conventuali, i quali alimentarono la devozione all’Immacolata Concezione, a San Francesco, a Sant’Antonio e, dal ‘600, a San Liberatore. Il terremoto del’688 lo rase al suolo tanto che i frati lo abbandonarono facendovi ritorno soltanto nel ‘775, quando, ultimata la costruzione del Convento, venne costruita la Chiesa. Di particolare pregio è il chiostro settecentesco, imponente con le sue arcate alte, una volta abbellito da stucchi andati persi nell’ultimo restauro. Al centro del chiostro è situato un antico pozzo di pietra. La chiesa è di stile barocco, un barocco elegante e semplice. Di grande valore sono l’Altare Maggiore e la Balaustra di marmi policromi. Il convento è sede di una biblioteca e di un piccolo museo cappella.

Chiesa della Madonna delle Grazie

Situata a monte dell’Arco di Porta Nova, è ricca all’interno di bellezze artistiche. Gli abitanti del quartiere erano soliti, annualmente, anche con il contributo di tutti i padulesi, organizzare una festa in onore della Madonna delle Grazie.

Chiesa di S. Nicola

San Nicola è il Santo Patrono di Paduli. La Chiesa oggi si presenta completamente restaurata. È ubicata a poca distanza dalla Chiesa Madre; vi si accede da Piazza Mercato, dopo aver attraversato l’arco che fa parte dell’antico palazzo Longo la cui facciata dà sulla piazza. Subito dopo l’arco si imbocca una doppia galleria, una regge il palazzo Longo, l’altra, a sinistra di questa, porta sul sagrato della Chiesa di San Nicola.

Chiesa San Giovanni

Appena fuori le antiche mura, si trova l’antica Chiesa di San Giovanni, rifondata nel 1702. Costruita in tufo, la severa facciata presenta due semplicissimi ordini. L’interno è ad una navata, con l’unico altare di San Giovanni.

Chiesa di San Bartolomeo Apostolo (Chiesa Madre)

La Chiesa Madre, di costruzione romanica è di una artistica semplicità e di singolare architettura e risale al sec. XV; vanta origini molto antiche, da una bolla conservata nell’archivio parrocchiale si rileva che la primitiva chiesa fu consacrata nel 1283. Originale il fatto che si entra per il campanile lapideo quadrato, a due terrazze, che forma l’avancorpo della facciata, sotto il quale si apre un ampio ingresso arcuato dal quale si accede al portale della Chiesa, al sommo di una scalinata. Ai due lati della facciata vi si vedono incastrati due rozzi bassorilievi antichi fatti con la stessa pietra: uno rappresenta lo spunto di un branco di cinghiali e l’altro un branco di pecore. Più volte e completamente distrutta dai terremoti fu riedificata e restituita sempre più bella al culto dei fedeli.

Fontana Terra

Chiamata già Fontana Pubblica nel 1706 è fatta ricostruire da mons. Filippo Coscia, Vescovo e Abate, di Paduli, nel 1729; finemente decorata, completamente realizzata in pietra, è opera di maestri scalpellini locali.  Qualche anno fa è stato rinvenuto un ipogeo (cavità artificiale, lunga circa 17 metri, alta 130 cm e larga 110 cm) a qualche metro di profondità che attraversa via Fontana Terra per tutta la sua lunghezza fino alla prospiciente scarpata. Questa, si desume fosse parte dell’antica fontana disegnata sulla mappa del 1706, citata anche sull’epigrafe in latino del 1729, disposta nella parte alta della fontana stessa:

D.O.M.

NUMPHAE HOSPES ANTE HAC EJULABANT

AQUAM E TERRA SPARSIM SALIENTEM

VIX E LIMOSIS CUNICULIS VEL DECURRENS

IN VETERNOSO CRATERE PUTIDA HAEREBAT

HEU A PUMICE AQUAM POSTULABANT

OMNIA NUNC RIDENT

UBI INSTAURAVIT PHILIPPUS COSCIA EPISCOPUS

TARGENSIS ET ABBAS IN OTIO AESTIVO

ANNO DOMINI

MDCCXXIX.

A Dio Ottimo Massimo. Le Ninfe, o passeggero, prima di questa (fontana) lamentavano che l’acqua, che a stento veniva su dal terreno attraverso fangosi passaggi sotterranei in una vasca inadatta desideravano fortemente che sgorgasse da una pietra forata. Tutto ora sorride da quando l’ha ricostruita Filippo Coscia Vescovo di Targa e Abate durante le ferie estive nell’anno del Signore 1729.

Questo deposito d’acqua alimentava anche l’antica fornace sottostante la strada, i cui ruderi sono ancora visibili.

Via Traiana da Benevento a Forum Novum *

L’area nord-orientale dell’Ager Beneventanus fu prescelta dagli ingegneri di Traiano per l’attraversamento della via di collegamento tra Beneventum e Brundisium. Tale scelta non fu dettata dal caso, ma dall’ esistenza di centri abitati e soprattutto da una disponibilità di sentieri preesistenti, i quali opportunamente riutilizzati o rettificati, permisero una pili rapida realizzazione del tracciato traianeo. I sentieri tratturali che si diramano dalla via Traiana, sono infatti numerosi; in molti casi si tratta, di sentieri molto antichi che attraversano aree insediative preistoriche, protostoriche o anche pili recenti, ma di solito precedenti all’intervento traianeo. Ci troviamo quindi di fronte a un tracciato in parte precostituito, ma che Traiano rende più agevole per la necessita di poter raggiungere Brundisium con maggiore celerità facendo realizzare una strada che favorisse, con una larghezza adeguata e un tracciato meno impervio, un più comodo spostamento di truppe e vettovagliamenti. La via Traiana partiva dal lato Nord-orientale della citta di Beneventum, seguiva l’attuale via S. Pasquale e superava il torrente San Nicola grazie ad un “ponticellum”, sicuramente di età repubblicana. Risaliva, quindi, la collina di Capodimonte (verso Est) per scendere verso il fiume Calore ed attraversarlo grazie al Ponte Valentino. Questo era il primo dei grandi ponti fatti realizzare da Traiano in opera cementizia e laterizio. All’altezza del ponte la strada entrava nel miglio IV ed iniziava a seguire la riva sinistra del fiume Tammaro inoltrandosi nell’area di Sagliete, al confine con il territorio del comune di Paduli. Questo tratto della strada, che s’inoltra per alcune miglia sulla sponda sinistra del Tammaro, è riportata come via Egnazia, antica mulattiera identificata spesso con la Via Minucia, forse un tracciato di età repubblicana, poi rettificato dagli ingegneri traianei. La via Traiana cominciava a salire, dove, iniziato il quinto miglio, puntava decisamente ad est. Da questo tratto deve provenire la pietra miliare segnata col numero V, attualmente all’ingresso della Rocca dei Rettori a Benevento. Nel sesto e settimo miglio si porta in quota e si comincia a discostare dal fiume Tammaro, salendo a mezza costa sulla sponda. Superata un’antica Taverna cinquecentesca, la strada giunge in questo punto, dove vi è una biforcazione. La Traiana prosegue verso destra, mentre la Francigena segue il tracciato che torna a piegare verso il fiume. Si tratta di un antichissimo collegamento che mette in relazione la Via Traiana con il Regio Tratturo Pescasseroli Candela. Il percorso della Francigena tornerà a ricongiungersi con la Traiana all’incrocio tra strada comunale Montecapriano e la SS. 90bis, prima di Forum Novum.

*tratto da prof. Francisco Scocca

Fiume Tammaro

Il fiume Tammaro è un affluente del Fiume Calore. Esso è, con una lunghezza di 78 km e un bacino di 793 kmq, il principale tributario del fiume Calore. Nasce in Molise dalla Sella di Vinchiaturo (558 m) tra le montagne di Sepino in contrada Castelvecchio Tappone, poco lontano dal confine con la Campania, entrando poi in provincia di Benevento fra Sassinoro e Santa Croce del Sannio. Scorrendo da nord-ovest a sud-est lascia sulla destra Sassinoro, Morcone, Campolattaro e Fragneto l’Abate, volgendo presso il centro di Pesco Sannita a nord-est per Valle Cupo, per poi attraversare località Calise tra Pago Veiano e San Giorgio la Molara. In seguito torna verso mezzogiorno lasciando a sinistra il centro di Paduli e a destra Pietrelcina per poi sboccare nel Calore poco a monte di Benevento, presso Ponte Valentino all’altezza della stazione ferroviaria di Paduli; il corso d’acqua è caratterizzato dal regime torrentizio e dal letto solitamente angusto e fortemente incassato fra i monti. La valle del Tammaro, in questa zona, è caratterizzata da un corso del fiume meno impetuoso. La sua valle era caratterizzata, fino agli anni 60 del secolo scorso, dalla presenza di numerosi mulini ad acqua. Questo testimonia la caratteristica dell’ambiente rurale, che vede la prevalente presenza di uliveti e di seminativi.

Il sito di Forum Novum, così come riportato dagli antichi itinerari appare precisamente ubicato a dieci miglia di distanza da Beneventum, nell’attuale contrada S. Arcangelo. L’area archeologica, che ha una estensione di circa 800×200 m, è delimitata a sud ed ad ovest dalla SS 90 bis. La Via Traiana taglia l’area con direzione SO – NE e coincide, fedelmente con il percorso della Francigena. L’area è costituita da un pianoro ubicato ad una quota di circa 480 m s.l.m. con la presenza di un piccolo nucleo di case coloniche che presentano vario materiale di spoglio riutilizzato nelle murature; inoltre sono visibili vari elementi architettonici sparsi in vari punti del sito, insieme a numerosi blocchi divelti del selciato della Via Traiana. Una parte di questi materiali, rinvenuti duranti i lavori agricoli, furono registrati da Thomas Ashby e Robert Gardner nel 1914; alcuni sono andati perduti nel corso degli anni, altri furono recuperati e conservati presso un piccolo antiquarium nel Convento dei Frati Minori di Paduli. Interessante notare che il materiale ceramico raccolto nell’area a seguito di esplorazioni e studi, testimonia la presenza di un insediamento ben più antico dell’età traiane. Sicuramente l’area ha visto una trasformazione in senso monumentale in epoca tardo-repubblicana, con una continuità in età augustea e fino alla realizzazione del Forum Novum (II secolo d. C.). La presenza di ceramica africana ne testimonierebbe l’uso fino al periodo “tardo-antico”. Dopo l’anno 1000 sembra vi sia una ripresa nell’uso del sito tanto che il feudo è citato nel Catalogo dei Baroni (1150 – 1168).

*tratto da prof. Francisco Scocca

Casalbore

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Tratturo Regio Pescasseroli-Candela

In territorio di Casalbore, il tracciato della Via Francigena incrocia il Tratturo Regio. Questo antico percorso, utilizzato fin dalla preistoria, permetteva ai pastori nomadi di spostarsi dai pascoli estivi, sulle montagne abruzzesi, al Tavoliere di Puglia nei periodi freddi, per svernare. Si può affermare che la nascita e lo sviluppo del centro di Casalbore è connesso a questa viabilità: Casalbore e Tratturo sono intimamente connessi. Fin dalla costruzione del centro medievale, il percorso del Tratturo, letteralmente avvolge il piccolo centro medievale, quando si trova al cospetto della torre che domina l’altura. Questa è una sorta di “delta” del Tratturo, dove vari sotto-percorsi ed aree di sosta permettevano all’elevato numero di animali in transito, di essere contati e tassati dai funzionari della dogana.

Tempio italico***

A Casalbore, in localita Macchia Porcara, in stretto rapporto con delle sorgenti, troviamo, sul Tratturo Regio, un’area sacra, con un Santuario italico distrutto durante la guerra annibalica nel 217 a.C., e dedicato, vista la presenza tra gli ex-voto di un utero in terracotta, ad una divinità femminile di cui non si conosce ancora il nome. Il Tempio italico è un santuario del IV-III sec. a.C. nato presumibilmente, in relazione al percorso del Tratturo, dal quale si trova a pochissima distanza, e forse anche connesso ad una grande necropoli sannitica. Il Tempio, che è stato in parte oggetto di scavi archeologici, ha portato alla luce una zona “sacra” costituita da un tempio con tre celle, ed altri ambienti e vasche. Quest’ultima circostanza, oltre alla presenza di ex-voto rappresentanti genitali, fanno pensare che il santuario fosse dedicato a divinità connesse alla fertilità.

***tratto da Roberto Patrevita

Torre normanna e Museo castelli

La torre ed il castello è presumibile siano stati edificati in periodo di dominazione normanna. Non è possibile sapere, ad oggi, se si trattò di una nuova edificazione o si trattasse di una “ristrutturazione” di un incastellamento longobardo preesistente. La lapide sulla porta della Torre, detta “porta beneventana” riporta la data del 1216, quindi già di periodo Svevo. Il castello, molto modificato nei secoli successivi in particolare dai Caracciolo, signori di Casalbore, doveva avere due cortili interni e diverse torri, delle quali si conservano ancora tracce. Oggi una parte del Castello ospita il Museo dei Castelli, un percorso didattico-espositivo dedicato ai secolari manieri che popolano l’Irpinia e la regione Campania tutta. Il museo è nato grazie alla collaborazione tra l’Associazione Culturale Terre di Campania e il Comune di Casalbore. Di ogni castello irpino incluso nell’esposizione fotografica viene illustrata non solo la sua storia, ma anche quella del territorio su cui insiste, assieme alle sue peculiarità e alle leggende e aneddoti che lo contraddistinguono. Ospita anche un percorso didattico dedicato alla scoperta del mondo dei castelli e del Medioevo, con possibilità di partecipare, per gli alunni degli istituti scolastici, a laboratori didattici a tema.

Via Micaelica

Come il Regio Tratturo hanno determinato la struttura e l’antropizzazione del territorio casalborese, allo stesso modo i percorsi di fede hanno influito sulla presenza di edifici religiosi. Il percorso della via Traiana e successivamente della Via Sacra Langobardorum o via Micaelica, è punteggiato da luoghi di culto antichissimi e di grande interesse culturale. Tra questi sicuramente spiccano la Grotta di San Michele e la Chiesetta di Santa Maria de’ Bossi.

Grotta di San Michele***

Si tratta di una cavita sotterranea di origine carsica, inglobata oggi al di sotto di un edificio in parte moderno, e una volta sede dei “Romiti”. La grotta presenta oggi due ingressi orientati a Sud, e fu ridotta di ampiezza a seguito dell’apertura di una cava per l’estrazione della pietra. L’ingresso originario, sito nella volta dello strato roccioso e comunicante con l’esterno attraverso una frattura nella roccia,  è sistemato con muretti  in pietra. Una scala di legno agevolava la discesa nella grotta. La tradizione popolare racconta della scoperta casuale della grotta avvenuta con lo sprofondamento nella cavita di una mucca che ivi pascolava. La leggenda della mucca è da  collegarsi  a fatti simili accaduti al tempo delle apparizioni dell’Arcangelo Michele sui Monte Gargano, nel V secolo. II culto di S. Michele si è diffuso in quest’area certamente con la conversione dei Longobardi appartenenti al potente Ducato di Benevento e a seguito dei grandi pellegrinaggi che si svolgevano lungo le direttrici di collegamento tra la Campania e la Puglia. A pochissima distanza dalla grotta passano infatti il Regio Tratturo e la via Traiana chiamata, nel Medioevo, la via Sacra Langobardorum.

***tratto da Roberto Patrevita

Maria de’ Bossi***

A Sud di Casalbore, immersa nel verde è sita la Chiesa rurale di S. Maria dei Bossi di origine antichissima. Appartenne alla Badia di S. Sofia di Benevento fino al XVII secolo. La prima citazione risale al 452 d.C. “Ecclesia Sanctae Mariae in Casali Albulo”. Siamo alle origini del Cristianesimo in questa area del Sannio meridionale. Nella città di Beneventum i primi martiri si ebbero infatti sin dal 305. In un altro documento della Cancelleria Pontificia, “II riconoscimento da parte del Papa Pasquale II dei beni di S. Sofia (Benevento: 1102)”, si dice: “in Casali Alvulo” vi è la Chiesa “Sanctae Mariae, Sanctique Joannis Praecursoris Domini”. L’Ughelli, nella sua “ltalia Sacra”, riferisce che molti privilegi furono accordati alla Chiesa di S. Maria (detta “de Buxis”) da diversi sovrani e pontefici. La Chiesa di S. Maria dei Bossi sorge sui ruderi di un monumento funerario romano a camera absidata databile al II secolo d.C. Infatti avanzi di queste e altre strutture pertinenti a tombe romane sono riconoscibili nell’area antistante la Chiesa. Si ricorda che nelle immediate vicinanze passava la via Traiana. Ruderi di ponti e di edifici antichi sono tuttora visibili. Tutta l’area del sito di S. Maria dei Bossi è di notevole interesse archeologico, sono state infatti recuperate, a seguito di regolari scavi, tombe e materiali che vanno dalla preistoria al basso medioevo. Il sito di S.Maria dei Bossi è caratterizzato da una folta vegetazione di querce, cerri e olmi. Nel sottobosco domina la pianta di bosso. Tra le piante sacre oltre al bosso, vi è “La  cerza di S. Maria” una enorme quercia secolare, di oltre venti metri di altezza, sita sul lato sinistro della chiesa. Per la sua sacralità le ghiande venivano un tempo raccolte e poi vendute, il ricavato serviva per le esigenze della chiesa.

***tratto da Roberto Patrevita

Fontana Santa Maria e Mulini
A valle della chiesa di Santa Maria, immediatamente al di sotto del viadotto della SS90bis, vi è la fontana di Santa Maria. L’area è ricchissima di acqua e la fontana ne è testimonianza. Qui la via Francigena torna ad incrociare il percorso originario della via Traiana. Sono numerose le tracce della via consolare romana, da blocchi di pietra calcarea, alle pietre di pavimentazione della via Traiana, oltre a resti di tombe romane. Le abbondanti sorgenti dell’area e la presenza del torrente hanno favorito, nel corso dei secoli, la costruzione di mulini ad acqua nel corso dei secoli. Nel tratto verso est si incontrano importanti strutture per il convogliamento delle acque verso i mulini (“palata” in dialetto), costituite da una canalizzazione in terra ed una grande vasca a forma di trapezio, che nella parte più stretta, a valle, presenta una apertura per la fuoriuscita dell’acqua raccolta.

Ponte romano*
La via Traiana superava il profondo vallone di S. Maria utilizzando un ponte, la cui struttura è parzialmente visibile sulla sponda sinistra del vallone. Sulla sponda destra sono emersi strutture in conglomerato cementizio romano e, nel corso del torrente, blocchi squadrati in pietra calcarea, che dalla forma e dimensioni, appartenente probabilmente alla zoccolatura del pilone.Considerata l’ubicazione delle strutture sulla sponda sinistra del torrente, questo ponte doveva avere arcate strette ma molto alte. Altri materiali di crollo, blocchi di calcestruzzo e parti del selciato, caratterizzano questa zona. Più avanti sono presenti, inoltre, altre piccole strutture sempre parte della via romana, per l’attraversamento di un piccolo canale.

Masseria Bellavista e Tratturo*
Risalita la sponda destra del torrente S. Maria, il percorso della Francigena che segue abbastanza fedelmente la Via Traiana, punta verso una grande struttura rurale, la Masseria Bellavista. Questa è una grande struttura, oggi in quasi completo abbandono, ubicata in posizione dominante sulla valle del Miscano nel punto in cui Via Traiana e Regio Tratturo si incrociano e seguono lo stesso tracciato fino a separarsi di nuovo nella contrada di Malvizza di sotto.